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Polanyi e la distruzione distruttrice del mondo moderno

Per una volta saremo meno cool del solito. Mentre uno scrittore tedesco censurato (vedete Friedrich Zauner, Unz.com) racconta degli stupri commessi nella civile città universitaria di Tübingen, noi parleremo di questo mondo moderno che non smette di distinguersi e di mostrarsi contento di se stesso. In Germania sono passati da Goethe e Bach al caro Hitler e alla Merkel, il mondo moderno.

Il mondo moderno ha distrutto il mondo, la sua diversità, la sua cultura, la sua tradizione, le sue civiltà. Ciò che oggi chiamano diversità non è altro che un mezzo strategico-tecnocratico per fottere gli altri a spese del contribuente.

La rivoluzione industriale ha distrutto tutto, lo stesso si può dire del capitalismo schiavista che ha creato il sistema nazi-mondialista della piantagione (riproposto, come sappiamo, un po’ ovunque). Quando detto è stato notato da Karl Polanyi il cui pensiero fu criticato dagli pseudo-liberali. Polanyi è un genoniano, un tradizionalista che ha descritto scientificamente il mondo moderno e le conseguenze che da esso derivano. Cos’è il mondo moderno se non una grande trasformazione?

Alla fine de La grande transformazione, che tutti citano senza leggere (è una peculiarità della nostra epoca, ha affermato un mio vecchio compagno di scuola ora docente alla Sorbonna, tra l’altro autore delle prefazioni di alcuni miei libri) Polanyi scrive:

“Fu questo il processo a cui furono sottoposte le tribu native come quella dei Kaffir e quelle che emigrano verso la città perdendo le loro virtù ancistrali e diventando una massa incapace, “animali semiaddomesticati”, tra loro fannulloni, ladri, prostitute — attività a loro prima sconosciute — in tutto simili alla massa di popolazione impoverita dell’Inghilterra del 1795-1834.”

Sintetizzando: i poveri kaffir smarriscono le loro virtù ancistrali e diventano come gli altri popoli sfruttati ossia un’orda di ladri, di sbandati, di prostitute etc., un po’ come i mobs o il sottoproletariato inglese nello stesso periodo. Poe descrive magnificamente questa mutazione umana in L’uomo della folla.

Polanyi aggiunge giustamente (le parole sono le stesse) :

“La degradazione umana della classe lavoratrice agli esordi del capitalismo era il risultato di una catastrofe sociale non misurabile in termini economici”.

Parla di Owen e dei suoi tentativi di creare, prima di Disney e dei programmi televisivi, una cultura per le masse contadine diseredate e dislocate:

“Lui stesso li paga con bassi stipendi e cerca di elevarli creando appositamente e interamente per loro un nuovo sistema culturale.”

Infine compara ciò che è comparabile, ossia i poveri di tutto il mondo la cui cultura è stata annientata dall’incontro con il capitale e l’occidente:

“I vizi sviluppati dalla massa erano in generale gli stessi delle popolazioni meticce sconvolte da quel disintegrante contatto culturale: dissipazione, prostituzione, borseggio, mancanza di risparmio e fede, sciatteria, bassa produttività sul lavoro, mancanza di rispetto per sè e assenza di resistenza. Lo sviluppo dell’economia di mercato stava distruggendo il tessuto tradizionale delle società rurali, la comunità, la famiglia, la vecchia forma della proprietà fondiaria, le tradizioni e i valori che reggevano la loro vita senza alcun bisogno di una struttura culturale”.

Nel mondo moderno non c’è salvezza (lo so questo non mi renderà popolare! Non sono qui per farmi eleggere ma per ristabilire delle verità). La protezione dell’ingenuo Speenhmaland non serve a niente (idem per le piantagioni gesuite del Paraguay). Cfr. nostre periferie, i ghetti sociali o gli slums di Auckland delle quali un lettore mi ha recentemente raccontato:

“La protezione offerta da Speenhamland peggiorò le cose.”

La distruzione creatrice del mondo moderno (leggere la descrizione spaventosa che Tocqueville fa di Manchester: la descrive come un labirinto infetto, un asilo di miseria, una Stige di questo nuovo inferno) è una presa in giro; il mondo moderno è una distruzione distruttrice («sottoproletariato di tutto il mondo, unitevi sotto le insegne di MC Donald e Walt Disney!»). Questo è quanto accade al mondo quando il mondo stesso diventa obeso, abbruttito, tecnofilo, avviato verso un processo di impoverimento e sostituzione dal quale si salva solo un’esigua parte di classe media ancora accorta e colta. Polanyi ricorda la distruzione culturale (è come in bosco che viene bruciato e rinfoltito con alberi di eucalipto provocando gli incendi in Portugallo e dando vita a un paesaggio australiano):

“Lo sviluppo dell’economia di mercato stava distruggendo il tessuto tradizionale delle società rurale, la comunità, la famiglia, la vecchia forma della proprietà fondiaria, le tradizioni e i valori che reggevano la loro vita senza alcun bisogno di una struttura culturale. La protezione offerta da Speenhamland peggiorò le cose. Dal 1830 la catastrofe sociale era paragonabile in tutto e per tutto a quella dei Kaffir oggi”.

Polanyi cita uno storico nero occupatosi della condizione degli afroamericani:

“L’eminente sociologo nero Charles S. Johnson fu il solo a notare delle analogie tra la degradazione razziale e quella di classe: “In Inghilterra dove, incidentalmente, la rivoluzione industriale era più avanzata rispetto al resto d’Europa, il caos sociale che seguì la drastica riorganizzazione economica ha reso i bambini impoveriti pari agli schiavi africani …. Le giustificazioni per il sistema dello schiavo bambino erano quasi identiche a quelle del commercio degli schiavi”.

Ciò che è importante notare nelle parole di questo scrittore è che il problema non è il razzismo, come vorrebbe farci credere il sistema, ma il denaro. Il capitale mondiale usa questo pianeta a proprio piacimento, ovunque elimina i popoli e distrugge le loro culture, e non lascia più niente. Marx, all’inizio dell’ottava parte, descrive l’arte di liquidare i contadini scozzesi e poi i pescatori scozzesi. Razzista? I superstiti si ammassano nelle periferie davanti ai loro televisori. È la storia del mondo moderno. E credo che dopo Marx, Tocqueville, o Edgar Poe (è per questa ragione che lo cito sempre) questo mondo moderno non goda di ottima fama. Con il suo capitale distruttore e assimilatore non è più brillante come un tempo (e con lo statalismo che, come hanno notato anche Tocqueville, Marx o Debord, si è sviluppato per controllarci, per sterminarci o per fregarci, per assisterci, per sostituirci o per fotterci – è il caso di dire) e almeno per una volta questo è una buona notizia.

I libri (in francese) di Nicolas Bonnal sono disponibili presso:

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